Un Capodanno da favola o una favola di Capodanno?

Secondo la più classica delle tradizioni, per salutare l’anno nuovo, verso le 23.45, la nonna Clementina stendeva un “runner” rosso sulla tavola,ricamato con soggetti natalizi, in centro metteva il panettone e i bicchieri anche per noi piccoli e, allo scoccare della mezzanotte, il nonno o il papà stappavano una bottiglia di “Asti spumante secco” e una di “Asti spumante dolce”.

A noi bambini veniva versato un goccetto di quello dolce, brindavamo felicemente tutti insieme e, quando cominciavano a chiudersi gli occhi, dopo un paio di fettine di panettone, mamma e papà prendevano in braccio me e mia sorella Clementina, che portava il nome della nonna e, con mio fratello per mano, si incamminavano verso la casa dei nonni paterni per andare a dormire.

Un 31 dicembre del 1955, se la memoria non mi tradisce, però, accadde un fatto che scompigliò in parte le nostre consuetudini. Nei giorni precedenti San Silvestro, i miei genitori avevano ricevuto una raffinata busta color avorio pallido. All’interno, su un cartoncino di carta di Amalfi tagliata a mano era stato vergato,con elegante calligrafia, l’invito per partecipare alla festa di fine d’anno a casa di un valente e famoso critico d’arte, cognato della sorella del papà per parte di marito. I miei ne furono molto lusingati e, risolto il problema dell’omaggio da portare, un tralcio di vischio naturale con le sue belle bacche ialine, accompagnato da una bottiglia di pregiato Barolo, dovevano sbrigarsi, perché mancavano pochi giorni e non volevano fare brutte figure.

Bisognava occuparsi dei vestiti e, se per il papà non era un problema, perché se la sarebbe cavata con l’abito scuro, la camicia di popeline bianca e una bella cravatta Regimental, la mamma invece aveva molti dubbi. Scartato il nero, perché per la notte dell’ultimo dell’anno non era un colore molto indicato, cominciò un esame accurato dei suoi vestiti eleganti.

Mia sorella e io non la abbandonavamo neanche per un attimo, sdraiate a pancia sotto sul letto matrimoniale dove nostra madre appoggiava gli abiti da provare, sembravamo i due topolini del film Cenerentola di Walt Disney e naturalmente commentavamo e dicevamo anche la nostra, toccando e mettendo le mani dappertutto, aumentando così l’asticella dello stress.

Venne scartato un abito bianco che faceva tanto sposa, un due pezzi di jersey color petrolio, ma adatto più a un pomeriggio elegante, una mise di sangallo molto carina, ma troppo estiva. La scelta infine cadde su un meraviglioso vestito di chiffon di seta, lungo fino a metà polpaccio con una scollatura a “V” incrociata e drappeggiata sul petto, con la gonna molto ricca e svasata. La fantasia del tessuto era splendida, su un colore base grigio cinerino chiaro, vi erano pennellate di blu, azzurro e grigio più scuro, l’effetto era strabiliante.

La mise era completata da una minuscola pochette gioiello a mano, intessuta con fili argentati, decolleté di pizzo nero, collana di perle, alle orecchie pendenti sempre con le perle,argento e marcassite, regalo di papà di quel Natale.

Una robe manteau nera, come soprabito, in seta pesante grezza, maniche alla Raglan tre quarti, collo a scialle, aperto, trattenuto solo all’altezza del petto da una bella broche d’oro e brillantini.

Guanti di raso lunghi grigio chiaro e da ultimo un capolavoro di calottina, guarnita da un ciuffetto di aigrettes e, come tocco finale, una volpe argentata al collo, come si usava negli anni 50 con la bocca a molla che si agganciava alla coda. La mamma non era molto convinta di indossare questo animale, ma mia sorella e io alla fine la convincemmo.

La sera della festa, sedute sul letto, silenziosissime, la guardavamo mentre si preparava. Lei, mentre si vestiva, cantava per noi le canzoni del film Cenerentola e sottovoce accennava a qualche brano d’opera.Noi assolutamente estasiate, la osservavamo, come si osserva la crisalide che si trasforma in una bellissima farfalla. Alla fine, due gocce di Jean Marie Farina dietro le orecchie e sui polsi, un velo di rossetto e voilà la nostra mamma-principessa era pronta.

Papà adorava sua moglie e la trattava come una gemma preziosa, quindi la prese per mano e se ne andarono quanto mai felici.

A noi toccava scegliere, a questo punto, se stare coi nonni paterni o raggiungere nostro fratello dai nonni materni. La decisione fu unanime, non avevamo nessuna voglia di uscire al freddo, neanche per un minuto, saremmo state padrone assolute della nostra camera almeno per una sera, non ci sembrava vero. Non ci interessava assolutamente niente di brindare e così dopo cena, via a letto, aspettando la mattina dopo i racconti della mamma.

Il giorno seguente a colazione, due bambine con gli occhi sgranati, sedute davanti alla loro tazza di latte, ascoltavano i racconti della notte precedente: la mamma aveva colpito tutti per la sua bellezza, grazia ed eleganza, ma non solo anche per il suo talento al pianoforte, dato che le avevano fatto garbata richiesta di esibirsi in qualche brano. Cibo ottimo e accurato, i partecipanti meravigliosi, le signore presenti molto chic, con molto sfoggio di raso, sete e velluti.Un ricevimento veramente all’altezza di chi l’aveva pensato, però la cosa che da alloraè rimasta impressa in modo indelebile nella mia mente, in tutta la narrazione di questa scintillante notte di San Silvestro, è stata la presenza del maggiordomo, in guanti bianchi, che girava impassibile tra gli invitati, con guantiere colme di leccornie. Mi sono sempre chiesta se avesse anche parrucca e polpe.

Non si può concludere questa carrellata sulle feste di Natale senza parlare dell’Epifania, naturalmente noi bambini eravamo un po’ tristi, perché sarebbe ricominciato il trantran della scuola, ma c’era la cara “vecchina” a consolarci coi suoi piccoli doni. Non ho ricordi particolari di Epifanie trascorse con tutta la famiglia perché, essendo l’ultimo giorno di vacanza, magari mamma e papà andavano a trovare con mio fratello gli zii con cugini tutti maschi. Mia sorella e io in genere rimanevamo a casa, evitandoci così un sacco di fastidiosi dispetti.

Una volta, forse avevo sette anni, forse otto, ero rimasta sola con i nonni paterni e, va detto subito, che io con la mia nonna Adelina avevo un feeling speciale, lei mi ascoltava molto e agiva di conseguenza. Aveva preparato la mia calzina, anzi il mio calzettone della Befana, appeso con una molletta ai raggi avvitati al tubo della stufa economica. Fu una formidabile sorpresa. Dopo l’immancabile mandarino, i torroncini che a me piacevano tanto, meraviglia delle meraviglie, trovai in fondo, una piccola caffettiera napoletana di alluminio in tutto e per tutto uguale a quelle in uso allora. Saltai letteralmente al collo della nonna, la baciai e l’abbracciai, perché a Natale avevo ricevuto tra i tanti doni, un servizio da caffè di terracotta del colore delle ceramiche celadon per le mie bambole che mi colpì subito per la raffinata tinta verde giada.

Con questa immagine di gioia e ingenua felicità, concludo i ricordi di quando noi  bambini “aspettavamo ancora Gesù Bambino”.

I Ricordi personali di Maria Cristina Cantàfora

Blogger – http://www.foodbio.it

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