Il Santo Natale – Ricordi d’altri Tempi – Parte II°

Anni ’50 ….quando aspettavamo ancora Gesù Bambino

Seconda Parte

20 di dicembre.

I giorni passavano velocemente e i preparativi per le feste si avvicinavano sempre più.

Primo pomeriggio: “Drinnn…” Il campanello gracidante suona e la maniglia della porta viene abbassata.

“È permesso?” “Tina, a sun me! Sono io!” La nonna si avvicina alla porta per accogliere l’ospite.

Entra un signore alto, ben portante con i capelli grigio argento, alla “Mascagni” lucenti per l’abbondante uso di brillantina, tanto da lasciare dietro di sé uno stordente profumo di lavanda e, a detta di tutte le donne della sua numerosa famiglia, con una certa somiglianza con Clark Gable. È lo zio Mario, per me in realtà un prozio, fratello della nonna. Le sue visite periodiche non me le perdevo mai ma,soprattutto quella in prossimità delle feste, neanche per tutto l’oro del mondo.

Arrivava sempre carico di borse, pacchi, pacchetti che contenevano squisitezze a non finire,era fornitore di fiducia di alcuni ristoranti di Milano e di altri clienti privati che desideravano alimenti genuini e lo zio, per soddisfare tutti al meglio, si riforniva da produttori agricoli di fiducia della zona del piacentino.

Ricordo le lunghe telefonate tra lui e mia nonna, dove lei gli dava le “comande” eseguite sempre a puntino, per non prendersi delle strigliate dalla “Tordella”, come lui affettuosamente la chiamava, famoso personaggio del Corriere dei Piccoli, allora molto in voga tra adulti e bambini.

Si sedevano, lo zio Mario e la nonna, all’estremità del tavolo di legno grezzo della cucina e, mentre lui cominciava a posare sul ripiano i suoi involti, si parlavano fitto fitto, quasi bisbigliando, in stretto dialetto piacentino che per me equivaleva all’ostrogoto. Io non avevo occhi che per le meraviglie che man mano venivano sottoposte all’esame insindacabile della nonna.

Così,a seconda delle necessità, venivano scelti panetti da mezzo chilo di burro di Cadeo, un paesino nei pressi di Piacenza, un paio di dozzine di uova freschissime, pezzi di grana padano avvolti in una carta-paglia verdolina, salami piacentini, un po’ di coppa già affettata, cotechini e per ultimo, il pezzo forte: un bellissimo pollo ruspante da cucinare, ripieno il giorno di Natale e una altrettanto bella faraona. I due fratelli, infine, bevevano insieme un gustoso caffè fatto con la napoletana e lo zio se ne andava, dopo avermi riempito le mani di dolcissimi bon bon.

Il giorno 21 lo dedicavo ai nonni paterni, Vincenzo e Adelina. Il nonno, di origine calabrese, riceveva in dono dai suoi parenti di Crotone cassette di deliziosi agrumi, olive, collane di fichi secchi, mandorle. Bisognava sistemare la frutta ben coperta sul balcone, sgusciare le mandorle, metterle a bagno, pelarle e infilarle in mezzo ai fichi tagliati a metà,pronti per essere infornati la notte di Natale.

Terminate queste incombenze, la nonna Adelina mi mandava a comprare farina, cannella e miele per fare i biscottini a forma di omino da appendere all’albero. La mamma non amava molto che si alterasse in qualche modo l’equilibrio e l’armonia che aveva creato decorando l’albero, ma le dispiaceva non far contenta la suocera, così lasciava sempre dei rametti vuoti e al collo degli omini legava dei piccoli nastri colorati.

Per me e per la mia sorellina Clementina, detta Tinin, era tutto un gran correre dauna casa all’altra: quella dei nonni paterni dove abitavamo era al numero civico cinque, mentre quella dei nonni materni al sette, questa era al piano rialzato, l’altra al terzo piano. Sembravamo due palline che rimbalzavano di qua e di là.

La nonna Tina, ormai eravamo al giorno 22, aveva dato disposizione alla mattina presto, a una delle sue sorelle che aveva un pastificio, per il quantitativo di anolini che erano necessari da fare in brodo e indicazioni precise sul ripieno eaveva letteralmente spedito il nonno Pietro detto Pierino a dare una mano e soprattutto a supervisionare che tutto fosse fatto a puntino, ricordandogli anche di ordinare il panettone nella pasticceria di sua fiducia.

Finalmente tutti fuori casa, per noi bambini era il penultimo giorno di scuola, la “Tordella”, farina a fontana sul tavolo di legno, uova, un pizzichino di sale, acqua tiepida, cominciava a impastare con energia e sapienza quella che sarebbe stata la sua sfoglia per le tagliatelle, che la famiglia avrebbe mangiato nei giorni successivi e per i maltagliati per la cena della vigilia. 

Eh, sì, questa cena era veramente speciale, per un particolare. Terminato il pasto, la nonna allestiva sempre un piccolo tavolo vicino alla porta con il piatto per il viandante: uno sconosciuto infreddolito e affamato che avrebbe potuto bussare la notte di Natale. Avrebbe trovato conforto con una scodella di maltagliati caldi, un pezzo di pane col formaggio, ma non solo, vi era anche una bugia con una candela rossa accesa per indicare la strada.

Credo che, in quel caso, il viandante fosse il nonno che, in pensione, lavorava di sera come maschera nei teatri e soprattutto alla Scala, un lavoro perfetto per lui, amante dell’opera lirica. Usciva verso le sette di sera, toscano in bocca, inforcava la bicicletta e se ne andava. Al ritorno, ben dopo la mezzanotte, d’inverno, trovare qualcosa di caldo era un grande piacere e la sera della vigilia, al posto della solita camomilla, trovava la minestra calda.

Ormai la casa del numero sette era un affollato formicaio: la mamma e la zia avevano tolto dal baule le tovaglie delle feste per rinfrescarle e per il giorno di Natale ne avevano scelta una di lino bianco in sfilato siciliano.

Sul grande tavolo della cucina, una distesa di strofinacci di lino era pronta per piatti, bicchieri, calici, piatti di portata, antipastiere, vassoitutti minuziosamente lavati e messi ad asciugare, le posate d’argento, invece, tolte dai loro astucci, venivano lucidate alla perfezione.

La nonna intanto stava affrontando il suo capolavoro, la mousse di tonno.Non ho mai assaggiato niente di paradisiaco come questo sublime antipasto, eppure era composto di pochissimi ingredienti: burro, tonno e due o tre acciughe sotto sale, lavate e diliscate. La vedo come se fosse ora, col setaccio stretto tra le ginocchia e il cucchiaio di legno in mano, utilizzato dalla parte convessa, che lavorava e lavorava il panetto del burro freddo, ma non gelato e poi il tonno, aggiunto poco alla volta e infine le acciughe. Tempo, pazienza e grande esperienza nella manipolazione degli ingredienti erano il segreto di quella favolosa ricetta.

E, finalmente, arrivava il Natale. La sera del 24, dopo aver fatto la cena della viglia dalla nonna materna, tutta la famiglia tornava a casa, in fretta, perché a mezzanotte sarebbe arrivato Gesù Bambino coi regali. Mamma e papà, dopo averci sistemato per la notte, ci mettevano nel lettone dei nonni paterni che, per quella sera rinunciavano ad andare a letto presto.

Noi, svegli come grilli, con le orecchie tese, cercavamo di capire esattamente il momento in cui il Bambinello sarebbe arrivato. Il tempo non passava mai… Il nonno aveva una pendola rumorosissima e noi eravamo in attesa dei fatidici dodici rintocchi…

Ecco, si apre la porta, mamma e papà sorridenti ci chiamano e noi, con gli occhi pieni di stupore, troviamo l’albero, magico, con tutte le candeline accese, il presepio illuminato, l’immancabile “Tu scendi dalle stelle…” sul piatto del grammofono ei doni, tanti e belli, perché arrivavano da nonni, zii, mamma e papà.

Avevamo il permesso di giocare qualche minuto e, nel mentre, nonno Vincenzo entrava orgoglioso coi prodotti della sua terra: un vassoio con i fichi caldi e zuccherosi che aveva appena tolto dal forno, ripieni di mandorle e noci, con gli omini al miele, fatti da lui e dalla nonna.

Via presto, a dormire, ora ognuno nel su letto fino alla mattina di Natale, dove ci saremmo trasferiti al numero sette.

Entrando in casa della nonna Tina, piena di fragranze meravigliose di cibo, eravamo tutti letteralmente abbacinati dalla “mise en place”, un colpo d’occhio degno di una rivista di arredamento.

Mobili di noce scuro carichi di vassoi di frutta secca e fresca, dolci e liquori. L’albero illuminato vicino alla finestra e il presepe sul coperchio del piano, entrambi allestiti dal nonno Pierino.

Ma il capolavoro era la tavola apparecchiata con una tovaglia di lino candido in sfilato siciliano, piatti di porcellana di Baviera, bicchieri di cristallo scintillante per l’acqua, il vino, lo spumante, quello dolce. Posate d’argento, antipastiere di cristallo di rocca intagliato come le bottiglie per il vino messo a decantare e le bottiglie originali rivolte verso l’entrata, perché l’ospite avesse subito contezza di cosa gli sarebbe stato servito da bere.

Il panettone troneggiava solitario, al suo posto d’onore, sopra un “runner” di lino carta da zucchero in sfilato siciliano, su una cassapanca antica, sotto la finestra della sala.

Il caffè a fine pranzo veniva offerto in tazzine Rosenthal color crema e pennellate di oro zecchino e versato da una già allora vetusta napoletana di alluminio e sempre molto gradito, anch’io avevo il privilegio di berne in una mia tazzina, allungato con un po’ di acqua calda.

I bicchieri da spumante meritano che la loro storia venga citata. Stupendi, unici bicchieri di vetro soffiati uno per uno a Murano, erano stati regalati alla nonna Tina dal commendator Luigi Alzona, dove svolgeva le mansioni di direttrice di casa ed era molto apprezzata per le sue “mise en place”curate e sempre perfette. Il commendatore, però, amava soprattutto il caffè fatto dalle sue sapienti mani e lo beveva solamente se era lei a prepararlo, vantandosi con tutti: “Ah… il caffè della mia Tina!”.

La giornata si concludeva con la mamma al piano, a volte a quattro mani con la zia, noi che cantavamo e recitavamo le poesie imparate a scuola per l’occasione e la nonna e il papà che si godevano la loro sigaretta e il nonno il suo mezzo toscano.

Buon Natale a tutti!

I Ricordi personali di Maria Cristina Cantàfora

Blogger – http://www.foodbio.it

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