Il Santo Natale – Ricordi d’altri Tempi

Anni ’50 ….quando aspettavamo ancora Gesù Bambino

Prologo

Milano: 17 dicembre 1949, il mio primo incontro con Gesù Bambino, me lo ricordo nitidamente, come se fosse accaduto ieri.

Negli anni ’40 e ’50, c’era l’abitudine di partorire in casa con l’aiuto della levatrice e, se necessario, anche di quello delle donne di casa. Questa figura, molto rispettata allora per la sua “scienza” e con un’aura un po’ mitica, era sempre allertata in previsione di un parto imminente, in questo caso, si trattava di quello della mia mamma.

Mio fratello e io, il giorno fatidico previsto per il lieto evento, eravamo in trepidante attesa con i nonni paterniche abitavano nel caseggiato contiguo a quello dei nonni materni dove, per tradizione familiare eravamo nati anche noi, sempre nello stesso grande letto matrimoniale.

Noi due, fratello e sorella maggiori, perché ormai così ci sentivamo, sette anni in due, 3 anni io e quattro anni e qualche mese lui, seduti compostamente sulle nostre seggioline, continuavamo a lanciarci occhiate complici e timorose, in un silenzio rotto dai commenti bisbigliati sottovoce tra gli adulti presenti, in attesa dell’annuncio tanto sospirato.

 Finalmente, il “segnale”, due squilli di telefono, per dare il via libera. Svelti, ci alziamo in piedi, ci infiliamo i cappottini, aiutati dalla nonna e, rosi dall’impazienza e dalla curiosità, per mano al nostro papà ci affrettiamo per andare a conoscere il nuovo bebè.

Ed eccoci, mano nella mano, le dita intrecciate, di fianco al letto della mamma. Una visione, la nostra mamma, col viso stanco, ma bella e radiosa che teneva vicino a sé un fagottino da dove, avvolta in un lenzuolino bianco ricamato e in una copertina rosa e celeste, spuntava una testolina piena di capelli neri, un visino minuscolo con gli occhi chiusi.

Per me fu la folgorazione, ecco Gesù Bambino, era nato. Non importava che fosse in anticipo di qualche giorno rispetto al Natale, non importava che fosse femmina e coi capelli neri, cercai di convincere mio fratello, ma lui mi guardò con aria di sufficienza, come uno che la sa lunga. E per tanti anni a venire, almeno fin verso i dieci anni, fui ferma in questa mia convinzione.

Le feste di Natale

Negli anni ’50, il clima non era malato come adesso e le stagioni erano rigorosamente quattro.Capitava spesso che, a volte,i primi fiocchi bianchi cadessero all’inizio di dicembre, come ambasciatori dell’inverno, delle prossime festività natalizie e, di conseguenza, di un lungo periodo di vacanza per tutti gli scolari.

A scuola si chiudeva il primo trimestre, con i temuti“compiti in classe” per la valutazione in pagella, raccolti in un foglio protocollo a righe che, immancabilmente, doveva avere un disegno a tema invernale, eseguito dagli alunni, sulla prima facciata, come fosse la copertina di un libro.In terza elementare, ricordo che per dare un tocco di realismo al mio elaborato, sul tetto della casa che avevo disegnato, avevo incollato del cotone idrofilo per simulare la neve.

Esaurito anche questo dovere, finalmente, gli ultimi giorni in classe filavano lisci come l’olio, gli insegnanti chiudevano un occhio, perché sapevano che i bambini ormai non avevano in testa altro che il Natale e i doni che avrebbero ricevuto. Non che avessero grandi pretese, il paese non si era ancora ripreso completamente dalla catastrofe generata dai cinque lunghi anni di conflitto e dalla grave crisi economica, pesante eredità della Seconda guerra mondiale; le famiglie, per questo motivo, avevano risorse limitate, ma facevano enormi sacrifici almeno in quell’occasione, per dare attimi di gioia ai loro piccoli.

Dopo l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata e il 7 Sant’Ambrogio per i milanesi, dove di solito si andava con il nonno materno alla fiera degli ObejObej a comperare le giromette, piccoli soldatini di pasta di pane, durissimi che non potevano mai mancare tra i giochi, si apriva la caccia alla letterina più bella, più decorata da scrivere a Gesù Bambino con i buoni propositi per l’anno nuovo,che precedevano la lista dei giochi preferiti, con qualche alternativa; si concludeva infine con la preghiera di proteggere tutta la famiglia e avere un occhio di riguardo per i nonni.

Partivano le spedizioni nelle cartolerie del circondario e, di solito, ero io quella che andava in avanscoperta a vedere cosa c’era di nuovo. Detto fatto, tornavo a casa e trascinavo con me la mia riluttante sorellina, che nel frattempo era cresciuta e aveva ormai sei anni. La mamma mi dava una sommetta che dovevo amministrare oculatamente, che era sempre maggiore di quella che avrei speso. Per fortuna che mio fratello non apprezzava quel genere di cose leziose, che considerava da “femmine” e si arrangiava con un foglio protocollo diviso a metà per non essere obbligato a scrivere troppo.

I soldi avanzati andavano poi tutti fino all’ultima lira per gli accessori del presepio: la carta roccia, un fondo stellato, qualche pecorella, una statuina nuova, muschio, sassolini bianchi… insomma non ne avevo mai abbastanza, fare l’albero mi piaceva, ma il presepio era la mia passione!

All’albero pensava sempre il papà, che lavorava per le Ferrovie dello Stato,a quel tempo era direttore di tutti i lavori sulle linee ferroviarie della Valtellina: la Milano-Lecco-Colico e la Colico- Sondrio, luoghi dove aveva tante conoscenze, amici rocciatori e scalatori come lui,che ogni anno gli procuravano un bellissimo pino.

Era una festa nella festa prendere quelle fragili palle di vetro, dai colori delicati affidate a noi tre bambini, sotto la guida della mamma, che prima di tutto metteva il puntale, ben saldo sulla cima, per appenderle ai rami con attenzione e sistemare le piccole candele in modo che la fiamma, nella notte di Natale non bruciasse i rametti circostanti. L’albero era in un angolo ben areato della sala, lontano dalla grossa stufa di terracotta a tre ripiani.

Di solito, l’albero arrivava nella seconda decina di dicembre, allora la mamma prendeva tutti gli addobbi, controllava che non ci fosse niente di rotto, che i fili dorati e argentati non avessero perso la loro brillantezza esoprattutto che ci fossero candeline colorate a sufficienza.

Terminata la nostra opera, ci allontanavamo di qualche passo per ammirarne l’effetto. Era sempre una meraviglia, la mamma aveva un gusto innato e un animo d’artista!

Il giorno 23, di solito, il papà si prendeva qualche ora di permesso e nel pomeriggio si fermava a casa per fare il presepio sul ripiano del buffet della sala, che era abbastanza spazioso. Bisognava preparare lo sfondo, il cielo, la base, posizionare i laghetti, requisendo a mamma, nonne e zia tutti gli specchietti da borsetta; recuperare la stagnola color argento delle tavolette di cioccolata tenuta da parte gelosamente per fare i torrentelli, i sentierini segnati dai sassolini bianchi e infine sistemare le statuine, bene attenti a nascondere Gesù Bambino che sarebbe arrivato alla mezzanotte del 24.

Le pecore avrebbero dovuto stare tutte nel gregge col pastore, ma ce n’era una con la zampa posteriore rotta da sempre, non volevamo buttarla via, noi bambini ci eravamo affezionati, forse proprio a causa di questo suo incidente e allora la mettevamo vicino alla capanna con la zampetta rabberciata e un po’ nascosta nel muschio. Ultimi a occupare il loro posto,San Giuseppe, la Madonna, infine la stella cometa e i due angeli che annunciavano la venuta di Cristo.

Questi erano solo i preliminari, nella casa dove vivevamo con i nonni paterni. Ben altro ci aspettava nel caseggiato accanto, dove abitavano i nonni materni con la zia. Lì, la nonna Clementina, Tina per noi,originaria di Alseno, un paesino in provincia di Piacenza, dirigeva con piglio da vera “rezdora” emiliana tutte le operazioni relative al pranzo di Natale, insieme alla zia e al nonno che si occupavano degli addobbi.

Dal menu, a partire dagli antipasti fino al dolce, vini compresi, alla “mise en place” completa della tavola, tutto doveva passare costantemente sotto la supervisione e lo sguardo di aquila della nonna Tina. Bastava un’occhiata e noi filavamo come tanti soldatini.

Ma tutto questo ve lo racconterò nella prossima puntata…

I Ricordi personali di Maria Cristina Cantàfora

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